Monday, December 14, 2009

HOW CHILE WILL OVERCOME GLOBAL CRISIS: FROM PINERA TO PINERA. (Come il Cile supererà la crisi globale: da Pinera a Pinera)

Chilean billionaire Sebastian Pinera may emerge as the leader in the first round of the country’s presidential election today without garnering enough votes to avoid a second-round run-off in January, polls show.

The former investment banker leads the ruling coalition’s Eduardo Frei and 36-year-old lawmaker Marco Enriquez-Ominami by more than 10 percentage points. The top two finishers in today’s ballot will take part in a runoff election Jan. 17.

“All the polls are very clear: Pinera will come first and Frei will probably come second,” said Robert Funk, director of the public affairs institute at the University of Chile in Santiago. “On Monday we start again from zero. It will become a new campaign.”

Today’s poll results may make it easier to predict whether Pinera, 60, will win the runoff election and end 20 years of rule by the coalition that unseated dictator Augusto Pinochet in 1988. Should he win more than 45 percent of the vote, Pinera will be the likely winner in January, while anything less than 43 percent means he may struggle in the second round, Funk said.

Pinera will probably win 44 percent of votes cast, while Frei will get 31 percent and Enriquez-Ominami will get 18 percent, according to a December poll by the Santiago-based Center for the Study of Contemporary Reality. The survey of 1,200 people has a margin of error of 3 percentage points.

As president, Pinera would seek to steer Latin America’s most stable economy toward more of the free-market policies favored by the regime that overthrew socialist Salvador Allende in 1973. The coalition of Socialists and Christian Democrats known as the Concertacion has run Chile since democracy was restored in 1990, longer than any democratic movement currently governing in Latin America.

“Concertacion supporters will obviously be disappointed but they can also rationalize it by saying it’s time for a change after 20 years,” said Susan Purcell, director of the Center for Hemispheric Policy at the University of Miami.

Frei, 67, is campaigning on a pledge for “continuity and change,” he said in a July 24 speech in southern Chile. He’s promised to keep the country on the Concertacion’s well-worn path and extend social security programs to the middle class.

Enriquez-Ominami is the biological son of a leftist guerrilla leader who died in a gunfight with Pinochet’s security forces. He quit the Socialist Party to protest Frei’s nomination and has sapped supporters from both Frei and Pinera, calling for constitutional reform, legalizing abortion and gay marriage.

The coalition has held on to power by preserving Pinochet’s economic legacy of balanced budgets, privatized pensions [the reform introduced by then-Secretary of Labor and Social Security, José Piñera; entry of mine] and low tariffs, while slashing poverty to 14 percent from 39 percent between 1990 and 2006, according to government data.

“We’re choosing between economically prudent policies from the Concertacion and economically prudent, but slightly more liberal, pro-market policies from Pinera,” said Benito Berber, an economist at RBS Securities Inc. in Stamford, Connecticut.

Chileans will also be voting to fill 18 of 38 places in the Senate and all 120 seats in the lower house of Chile’s Congress.

Pinera, who Forbes magazine says has $1 billion, has promised to sell his stake in Santiago-based Lan Airlines SA and put other holdings in blind trusts if he is elected.

President Michelle Bachelet is the Concertacion’s most popular leader ever with an 83 percent approval rating in October, according a poll by the Center for Public Studies in Santiago, a business-sponsored research group. The poll of 1,505 people has a margin of error of 3 percentage points.

Bachelet sustained her popularity amid the world’s worst economic crisis since the Great Depression because she was able to tap about $20 billion of savings she had refused to spend during the preceding copper boom. She used the money to pay for tax cuts, cash handouts and investment in infrastructure during the 2009 recession.

Frei, president from 1994 to 2000, left office with an approval rating of 28 percent, the lowest of any Concertacion president, according to the Center for Public Studies.

“This election is about Chile trying to change from post- dictatorship politics to a Chile of normal politics,” Funk said. “It is the end of an era.”

Thursday, December 3, 2009

VIETNAM RELOADED

Gli Stati Uniti si trovano nel mezzo della più grave crisi dell'impiego dai tempi della Grande Depressione, e il Presidente Barack Obama sta seguendo le orme di George W. Bush dispensando trilioni di dollari a poche grandi banche. I contribuenti americani non hanno avuto nulla. E adesso si prendono la ciliegina sulla torta, con Obama che intensifica la sua guerra in Afghanistan. Un Vietnam in versione “lite” con una provvisoria data di scadenza, luglio 2011, per l'inizio di un ritiro.

Il tanto pubblicizzato discorso tenuto da Obama martedì sera a West Point – ritoccato fino all'ultimo dal presidente in persona – era una scaltra rimasticatura del fardello dell'uomo bianco, con la sicurezza nazionale americana avvolta nel glorioso manto della “nobile lotta per la libertà”.

A un livello più pedestre è vero che la storia si ripete, ma come farsa. Con il surge “lite” di Obama, le truppe di occupazione USA e NATO raggiungeranno nella prima metà del 2010 il livello dell'occupazione sovietica al suo punto più alto, nella prima metà degli anni Ottanta. E tutta questa formidabile potenza di fuoco per combattere non più di 25.000 taliban afgani, solo 3000 dei quali armati di tutto punto.

Ciascun soldato del nuovo surge di Obama (parola che non ha mai pronunciato nel suo discorso, tranne quando si è riferito a un “surge di civili”) costerà un milione di dollari – benché il Pentagono insista nel dire che è solo mezzo milione.

Obama continua a ripetere che l'Afghanistan è una “guerra di necessità”, per via dell'11 settembre. Sbagliato. L'amministrazione Bush aveva pianificato l'attacco all'Afghanistan già prima dell'11 settembre. (Si veda Get Osama! Now! Or else ..., Asia Times Online, 30 agosto 2001.)“Guerra di necessità” è un educato remix della vecchia “guerra al terrore” dei neocon: date la colpa ai tizi con l'asciugamano in testa e sfruttate l'ignoranza e la paura dell'opinione pubblica. Fu così che al-Qaeda fu equiparata ai taliban e che il leader iracheno Saddam Hussein venne coinvolto nell'11 settembre dalla cricca dei neoconservatori.

Al di là della sua nobile retorica Obama continua a comportarsi come Bush, non facendo distinzione tra al-Qaeda – un'organizzazione araba che pratica il jihad e il cui obiettivo è un califfato globale – e i taliban, afghani autoctoni che vogliono un emirato islamico in Afghanistan ma non avrebbero scrupoli a far affari con gli Stati Uniti, come fecero all'epoca dell'amministrazione Clinton quando gli Stati Uniti volevano a tutti i costi costruire un gasdotto trans-afghano. E inoltre Obama non può ammettere che i neo-taliban “Pak” adesso esistono a causa dell'occupazione statunitense dell'“Af”.

Mettendocela tutta per distanziare la sua nuova strategia dal trauma del Vietnam, Obama ha sottolineato che “Diversamente dal Vietnam, il popolo americano è stato malignamente attaccato dall'Afghanistan”. Sbagliato. Se la ricostruzione ufficiale dell'11 settembre regge, i dirottatori furono addestrati in Europa Occidentale e perfezionarono le loro tecniche negli Stati Uniti.

E quando sottolinea gli sforzi per “disgregare, smantellare e sconfiggere” al-Qaeda e per negarle un “rifugio sicuro”, Obama contraddice in tutto e per tutto il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il General James Jones, il quale ha ammesso che in Afghanistan ci sono meno di 100 jihadisti di al-Qaeda.

Il mito di al-Qaeda va smascherato. Come ha potuto al-Qaeda mettere in atto l'11 settembre e tuttavia essere incapace di organizzare un solo significativo attentato in Arabia Saudita? Perché al-Qaeda è essenzialmente una brigata mal camuffata dei servizi segreti sauditi. Gli Stati Uniti vogliono vincere “la guerra al terrore”? Perché non mandare dei corpi speciali in Arabia Saudita anziché in Afghanistan e far fuori i wahhabiti, che stanno alla base di tutto?

Obama avrebbe perlomeno potuto far caso a quello che ha detto ad al-Jazeera Gulbuddin Hekmatyar, il famigerato guerrigliero afghano, ex protetto dell'Arabia Saudita, ex beniamino della CIA e attuale nemico degli Stati Uniti. “Il governo taliban in Afghanistan è caduto a causa della strategia sbagliata di al-Qaeda”, ha sottolineato Hekmatyar.

È una vivida descrizione dell'attuale completa frattura tra al-Qaeda e i taliban, entrambi “Af” e “Pak”. I taliban afghani, a cominciare dal loro leader storico, il Mullah Omar, hanno imparato dal loro grave errore, e non permettono agli arabi di al-Qaeda di avvelenare l'Afghanistan. Analogamente, l'ascesa del neo-talibanismo di qua e di là del confine non si traduce necessariamente in un “rifugio sicuro” per al-Qaeda. I jihadisti di al-Qaeda si nascondono presso pochi selezionati e prezzolati elementi tribali che i servizi segreti pakistani potrebbero localizzare all'istante, se solo lo volessero.Obama ha anche accettato la premessa del Pentagono secondo cui l'America può ricolonizzare l'Afghanistan con la contro-insurrezione.

Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev'essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.

Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito... dalla Cina.

E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l'Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.

Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.

Per l'America delle corporazioni l'Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l'Afghanistan ha un gran fascino.

Per il Big Oil, il sacro graal è l'accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l'Iran. Ma non c'è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell'occupazione USA/NATO.

C'è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollaro l'anno, direttamente e indirettamente. Fin dall'inizio dell'occupazione USA/NATO l'Afghanistan è diventato un narco-Stato de facto, producendo il 92% dell'eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.

E c'è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l'Afghanistan fa parte dell'impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.

Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama non ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l'economia statunitense.

Inevitabilmente i taliban metteranno in atto a loro volta un ben coordinato contro-surge. Già adesso, senza surge e nonostante tutti i piani di contro-insurrezione di Petraeus, hanno catturato la provincia del Nuristan. E ve lo ricordate il surge estivo di Obama nella provincia di Helmand? Be', Helmand è ancora la capitale mondiale dell'oppio.

Nel suo discorso Obama ha cercato con tutti i mezzi di dare l'impressione che la guerra afghana possa essere controllata da Washington. È impossibile.

Con tutte le sue promesse di “cooperazione con il Pakistan” (menzionato 21 volte nel discorso) Obama non ha potuto in alcun modo ammettere che il suo surge versione “lite” destabilizzerà il Pakistan ancor di più. Invece potrebbe affidare la guerra al Pakistan. Invece di fissare, come ha fatto Obama, il luglio 2011 come data per il possibile inizio di un ritiro, comunque subordinato alle “condizioni sul terreno”, questa vera strategia d'uscita dovrebbe fissare una tempistica per un ritiro completo. Islamabad sarebbe così libera di fare quello che non è stato possibile né ai sovietici né agli americani: sedersi con i capi tribù e negoziare attraverso una serie di jirga (concilî tribali).

Obama scommette su quella che definisce “transizione delle responsabilità agli afghani”. È un miraggio. I servizi di sicurezza pakistani – che vedono ancora l'Afghanistan in termini di “profondità strategica” e di spazio di manovra nel contesto più ampio di un conflitto con l'India – non permetterà mai che ciò avvenga rigorosamente alle condizioni afghane. Non sarà corretto nei confronti degli afghani, ma così stanno le cose.

In Afghanistan praticamente tutti ritengono – giustamente – che Hamid Karzai sia il Presidente dell'occupazione. Karzai, che a malapena riesce a restare aggrappato al suo trono a Kabul, è stato imposto nel dicembre 2001 al re Zahir Shah dal proconsole di Bush Zalmay Khalilzad dopo una rovente discussione, ed è stato di recente confermato in un'elezione alla americana, palesemente truccata. Lo stile americano non è lo stile afghano. Il collaudato stile afghano si è basato per secoli sulla loya jirga – un grande concilio tribale in cui tutti partecipano, discutono e infine raggiungono un consenso.

Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all'interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall'Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l'hanno sempre vita. E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell'Afghanistan – il Pakistan, l'Iran, la Cina, la Russia, l'India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).

Nel frattempo, c'è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington. Alcuni neocon moderati; di certo non l'ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.

Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende al mondo il suo nuovo Vietnam versione “lite” tenendo un discorso in un'accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.
(mirumir)

(English version)

Friday, November 20, 2009

NO REPRESENTATION WITHOUT TAXATION: WHO CHOSE VAN ROMPUY? (Chi ha scelto Van Rompuy?)

Prime Minister Herman Van Rompuy has to date been careful when it comes to stating overly explicit visions with regard to the European presidency. His low-key profile is, after all, his biggest asset when it comes to scooping the post. But Thursday night behind the closed doors of a Bilderberg Group gathering at the Castle of the Valley of the Duchess, he finally showed his hand, says De Tijd newspaper. The Bilderberg Group is a circle of elite figures from the international political, finance and corporate worlds that hold annual invitation-only meetings. Van Rompuy told the elite club that the European government leaders are increasingly becoming proponents of Europe tapping off green income, so that the contributions of member states to the EU can be decreased. The economic revival will not suffice, said Van Rompuy, when it comes to eliminating the massive budgetary deficits in numerous member states. His assertion did not go unchallenged, and an Italian guest even put some tricky questions to him. De Tijd says that his pronouncement on a European green tax is already doing the rounds in the European capitals. It might rapidly become a weapon with which to attack his candidacy, the newspaper suggests. Van Rompuy accepted the invitation of Etienne Davignon to address the gathering because the discretion of the Bilderberg Group has attained legendary status, and what is said at its meetings has never leaked out. Van Rompuy was also asked what role the first president of Europe should play. He responded that Europe needs a guiding president rather than a leading one.
(Flanders Today)

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The man tipped to be Europe’s first president is already considering new EU taxes to fund the rising cost of Brussels and the welfare state.

Herman Van Rompuy, the Belgian Prime Minister, broke his silence before Thursday’s summit to choose the president — but only at a meeting of the secretive Bilderberg group of top politicians, bankers and businessmen.

Mr Van Rompuy’s contentious remarks were aired privately amid the grand surroundings of the Castle of the Valley of the Duchess near Brussels. The château hosted the talks on the Treaty of Rome in 1957 that launched the European Union.

His office released parts of his speech in which he talked of funding social welfare from new green taxes and went on to discuss “financing levies at European level”, which his spokesman said later was similar to Gordon Brown’s call for an international tax on financial transactions.

The funding of the EU was discussed further after his speech, according to Flemish newspapers, but his office refused to give more details. Mr Van Rompuy remains the favourite for the position of president of the European Council — other contenders include Tony Blair — to be chosen when the 27 EU leaders meet in Brussels in two days’ time.

Mr Van Rompuy’s Bilderberg intervention will alarm non-federalist countries such as Britain and Denmark, which have long opposed giving the EU tax-raising powers and breaking the link with national funding.

Newer member states, already angry at the opaque process of choosing a president, are unlikely to be impressed at the secretive forum used by Mr Van Rompuy to talk about his European vision.

“The financing of the welfare state, irrespective of the social reform we implement, will require new resources,” Mr Van Rompuy told European and American guests, who included Henry Kissinger. The former US Secretary of State is cited as the inspiration for an EU president following his reported remark: “Who do I call when I want to call Europe?”

Mr Van Rompuy added: “The green fiscal instrument is one possibility although an ambiguous one: this type of regulatory tax should eventually become redundant. But the possibility of financial levies at European level needs to be seriously reviewed and for the first time ever, the big countries in the Union are open to this.”

EU federalists were delighted to hear Mr Van Rompuy talk of European taxes.

Andrew Duff, the Liberal Democrat MEP and president of the Union of European Federalists, said: “He is a federalist and federalists believe in that approach. We have got to have a reform of the financial system. We have also got to grow the size of the EU budget to reflect the growth of competences that are in the Lisbon treaty, such as foreign and security policy, a common energy policy and climate change measures.” Britain is traditionally opposed to EU-wide tax proposals, despite Mr Brown’s recently proposed “Tobin tax” – an international levy on financial transactions as proposed by James Tobin.

William Hague, the Shadow Foreign Secretary, said: “Britain would not be the only EU country that would find a proposal to give the EU tax-raising powers totally unacceptable. Advocacy of such a policy is not a fruitful use of anyone’s time."
(TimesOnline)
Passo e chiudo.
FRA

Wednesday, October 7, 2009

TO BLAIR OR NOT TO BLAIR?

Of the eight former heads of state or government whose names have been bandied about on and off since the European Union decided to create the post (of EU President), Tony Blair has always been considered one of the strongest candidates. He has the support of his native Britain, Ireland, France and Italy.

But not everyone is lining up behind him, as a letter released by the Benelux countries on Tuesday goes to show. In their missive, Belgium, the Netherlands and Luxemburg outlined what they would be looking for in a president.
They said the successful candidate ought to "demonstrate his European engagement and a developed vision on all the Union's policies."


One diplomat interpreted the statement as a polite way of telling Blair that they don't think he is "best placed" to get the job.

And while Italian Foreign Minister Franco Frattini has said he favors the former British prime minister, he told Corriere della Sera newspaper that he can also understand why other countries have reservations about him.

If that trend continues, come the middle of next year, David Cameron's Conservatives will be running the country. And if there is one issue upon which he has been vocal above all others, it is the European Union and the legal document meant to reform it, the Lisbon Treaty.
Cameron has always maintained that if he got into Downing Street before the treaty had been ratified by all member states, he would invite the public to have their say at the ballot box. But a recent survey of 2,205 Conservative party members conducted for the Independent newspaper revealed that some 80 percent would want their leader to call a referendum even if the treaty were ratified by all 27 EU nations.
And it is precisely such anti-European sentiment from across the Channel that damages Blair's chances in Brussels.


Other contenders include the former Spanish leader Felipe Gonzalez, one-time prime minister of Luxembourg Jean-Claude Juncker, past Irish president Mary Robinson and ex-leaders of Finland, the Netherlands and Belgium.


The appointment will not be made until the ratification process is complete, and that depends upon Poland and the Czech Republic signing up. Although Poland has said it is planning to become a signatory, Czech President Vaclav Klaus has vowed not to put his name to it until the Supreme Court has confirmed it conforms with the country's constitution.
(Deutsche Welle)
Passo e chiudo.
FRA

Tuesday, July 28, 2009

IL "GRANDE GIOCO" OGGI. (The "Great Game" today)

Traduzione italiana, dal blog "mirumir", della prima parte di un bell'articolo di Pepe Escobar, apparso di recente su Asia Times Online. Potete consultare interamente tale articolo ai seguenti link:
English version part.1
English version part.2


Nel paese delle meraviglie iraniano le cose si fanno sempre più curiose. Pensate a quello che è successo la scorsa settimana durante le preghiere del venerdì a Teheran, condotte personalmente dall'ex presidente Ayatollah Hashemi Rafsanjani, anche detto “Lo Squalo”, l'uomo più ricco dell'Iran che deve parte delle sue fortune all'Irangate, cioè ai contratti segreti degli anni Ottanta con Israele e gli Stati Uniti per l'acquisto di armamenti.

Com'è noto, Rafsanjani sta dietro al raggruppamento conservatore pragmatico Mir-Hossein Mousavi-Mohammad Khatami che ha perso la recente battaglia per il potere – più che le elezioni presidenziali – contro la fazione ultra-conservatrice Ayatollah Khamenei-Mahmud Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione. Durante le preghiere, i sostenitori della fazione egemonica urlavano il solito “Morte all'America”, mentre i conservatori pragmatici se ne sono usciti, per la prima volta, con “Morte alla Russia!” e “Morte alla Cina!”

Ops. Diversamente dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale, sia la Russia che la Cina hanno accettato quasi istantaneamente la contestata rielezione di Ahmadinejad. È questo a renderli nemici dell'Iran? Oppure i conservatori pragmatici non sono stati informati che l'“eurasiomane” Zbig Brzezinksi – che gode dell'attenzione incondizionata del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama – va predicando dagli anni Novanta che è essenziale spezzare l'asse Teheran-Mosca-Pechino e silurare l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation Organization, SCO)?

E non sanno, poi, che i russi e i cinesi – come gli iraniani – sono decisi propugnatori della fine del dollaro come valuta di riserva globale a vantaggio di un paniere (multipolare) di valute, una divisa comune della quale il Presidente russo Dmitrij Medvedev ha avuto l'ardire di presentare un prototipo durante il summit del G-8 svoltosi all'Aquila, in Italia? A proposito, bella monetina. Battuta in Belgio, sfoggia i volti dei capi del G-8 e un motto: “Unità nella diversità”.

“Unità nella diversità” non era esattamente quello che ha in mente l'amministrazione Obama quando si parla di Iran e Russia, indipendentemente dai miliardi e miliardi di byte di retorica. Ma partiamo subito dall'energia.

L'Iran è il numero due al mondo in termini di riserve dimostrate di petrolio (11,2%) e di gas (15,7%), secondo la Rassegna Statistica dell'Energia Mondiale per il 2008 stilata dalla BP.

Se l'Iran optasse per rapporti più distesi con Washington, il Big Oil statunitense si godrebbe la ricchezza energetica del Caspio iraniano. Questo significa che a prescindere dai toni retorici nessuna amministrazione statunitense vorrà mai avere a che fare con un regime iraniano ultra-nazionalista come l'attuale dittatura militare dei mullah.

Quello che spaventa concretamente Washington – da George W. Bush a Obama – è la prospettiva di un asse Russia-Iran-Venezuela. Insieme, l'Iran e la Russia possiedono il 17,6% delle riserve petrolifere mondiali dimostrate. Le petro-monarchie del Golfo Persico – controllate de facto da Washington – ne possiedono il 45%. L'asse Mosca-Teheran-Caracas ne controlla il 25%. Se aggiungiamo il 3% del Kazakistan e il 9,5%, dell'Africa, questo nuovo asse è in grado di contrastare più che efficacemente l'egemonia americana nel Medio Oriente arabo. Lo stesso vale per il gas. Aggiungendo l'“asse” agli “stan” dell'Asia Centrale raggiungiamo il 30% della produzione mondiale di gas. Tanto per fare un confronto, l'intero Medio Oriente – Iran compreso – attualmente soddisfa solo il 12,1% della domanda mondiale di gas.

Un Iran nucleare metterebbe inevitabilmente il turbo al nuovo emergente mondo multipolare. L'Iran e la Russia stanno di fatto mostrando alla Cine e all'India che non è saggio fare affidamento sulla potenza degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente arabo. Tutti questi attori sono ben consapevoli del fatto che l'Iraq è ancora occupato, e che che l'ossessione di Washington è ancora quella di privatizzare le enormi riserve petrolifere dell'Iraq.

Come amano sottolineare gli analisti cinesi, quattro potenze emergenti o rinascenti – la Russia, la Cina, l'Iran e l'India – costituiscono dei poli in termini strategici e di civiltà. E tre di esse sono potenze nucleari. Un Iran più sicuro di sé e più assertivo – in grado di gestire l'intero ciclo della tecnologia nucleare – potrebbe tradursi in una maggiore influenza di Iran e Russia in Europa e Asia a scapito di Washington, non solo nella sfera energetica ma anche in quanto promotori di un sistema monetario multipolare.

L'intesa è già in corso. Dal 2008 le autorità iraniane sottolineano che prima o poi l'Iran e la Russia avvieranno gli scambi commerciali in rubli. Gazprom è disposta a farsi pagare il petrolio e il gas in rubli anziché in dollari. E il segretariato dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha già capito come andranno le cose ammettendo ormai da un anno che entro il 2020 l'OPEC adotterà l'euro.

Non solo l'“asse” Mosca-Teheran-Caracas, ma anche il Qatar e la Norvegia, per esempio, e prima o poi anche gli Emirati Arabi, sono pronti a rompere con il petrodollaro. Non c'è bisogno di dire che la fine del petrodollaro – che sicuramente non avverrà domani – significa la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale; la fine di una situazione in cui il mondo paga per gli enormi deficit di bilancio dell'America; e la fine della morsa finanziaria anglo-americana che stringe il mondo dalla seconda metà del XIX secolo.

I rapporti energetici tra l'Iran e la Russia sono invece più complessi: li configura infatti come due scorpioni in una bottiglia. Teheran, isolata dall'Occidente, manca degli investimenti stranieri che servono ad ammodernare le sue strutture energetiche risalenti agli anni Settanta. Ecco perché l'Iran non può trarre pienamente vantaggio dallo sfruttamento delle sue ricchezze energetiche del Caspio.

Qui vediamo all'opera il Pipelineistan in tutto il suo splendore: gli Stati Uniti, già negli anni Novanta, hanno deciso di buttarsi sul Caspio con tutte le loro forze promuovendo l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Supsa (BTS).

Per Gazprom, l'Iran è letteralmente una miniera d'oro. Nel settembre del 2008 il colosso energetico russo ha annunciato che avrebbe esplorato l'enorme giacimento petrolifero di Azadegan-Nord e altri tre giacimenti. La russa Lukoil ha aumentato le prospezioni e Tatneft ha annunciato la propria partecipazione nel Nord. L'amministrazione George W. Bush pensava di indebolire la Russia e di isolare l'Iran in Asia Centrale. Sbagliato: non ha fatto che accelerare la loro cooperazione strategica nel settore energetico.

Nel febbraio del 1995 Mosca si impegnò a terminare la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Si trattava di un progetto avviato dallo scià iraniano, colui che si era proclamato “gendarme del Golfo” per conto degli Stati Uniti. Lo scià nel 1974 aveva incaricato la tedesca KWU, ma il progetto era stato bloccato dalla rivoluzione islamica del 1979 e poi colpito gravemente dalle bombe di Saddam Hussein tra il 1984 e il 1988. Così erano entrati in gioco i russi, offrendosi di portare a termine il progetto per 800 milioni di dollari. Nel dicembre del 2001 Mosca cominciò anche a vendere missili a Teheran, un sistema tranquillo per fare un po' di soldi extra offrendo protezione per installazioni strategiche come Bushehr.

In Iran Bushehr è una questione immensamente controversa. Avrebbe dovuto essere ultimato entro il 2000. Secondo le autorità iraniane, però, i russi sembrano non aver mai avuto fretta di terminarlo. Ci sono motivi tecnici – il reattore russo è troppo grande per entrare nella struttura già costruita dalla KWU – cui si aggiunge un deficit di tecnologia degli ingegneri nucleari iraniani.

Ma le ragioni sono soprattutto geopolitiche. L'ex presidente Vladimir Putin ha usato Bushehr come cruciale pedina diplomatica nella sua doppia partita a scacchi con l'Occidente e con gli iraniani. Fu Putin a lanciare l'idea di arricchire l'uranio per conto dell'Iran in Russia; e sulle mosse strategiche per gestire una crisi nucleare globale abbiamo detto tutto. Ahmadinejad – e soprattutto il Leader Supremo – gli opposero un netto rifiuto. La risposta russa fu quella di temporeggiare, e addirittura di sostenere blandamente altre sanzioni contro Teheran volute dagli Stati Uniti.

Teheran capì l'antifona: Putin non era un alleato incondizionato. Dunque nell'agosto del 2006 i russi riuscirono a ottenere un accordo per la costruzione e la supervisione di due nuovi impianti nucleari. Tutto questo significa che la questione nucleare iraniana non può essere risolta senza la Russia. Nello stesso tempo la Russia di Putin sapeva benissimo che un possibile attacco israeliano avrebbe provocato la perdita di un vantaggioso cliente nucleare e una disfatta diplomatica. Medvedev sta attuando la stessa doppia strategia: ripetere ad americani ed europei che la Russia non vuole la proliferazione nucleare in Medio Oriente e ricordare a Teheran che ha più bisogno che mai della Russia.

Un'altra caratteristica della strategia scacchistica russa – mai esposta pubblicamente – è mantenere la cooperazione con Teheran per impedire alla Cina di assumere il comando del progetto senza però far infuriare gli americani. Finché il programma nucleare iraniano resterà incompiuto, la Russia potrà sempre svolgere il saggio ruolo di moderatore tra l'Iran e l'Occidente.

Lo sviluppo di un programma nucleare civile in Iran è un ottimo affare sia per l'Iran che per la Russia per tutta una serie di ragioni.

Innanzitutto sono entrambi militarmente accerchiati. L'Iran è accerchiato strategicamente dagli Stati Uniti in Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Bahrein, Pakistan e Afghanistan e dalla potenza navale statunitense nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. La Russia ha visto la NATO fagocitare i paesi baltici e minacciare di “annettersi” la Georgia e l'Ucraina; la NATO è impegnata in Afghanistan; e gli Stati Uniti sono ancora presenti, in un modo o nell'altro, nell'Asia Centrale.

L'Iran e la Russia hanno la stessa strategia nel Mar Caspio. Di fatto si oppongono ai nuovi stati del Caspio: il Kazakistan, il Turkmenistan e l'Azerbaigian.

L'Iran e la Russia devono anche affrontare la minaccia dell'Islam fondamentalista sunnita. Qui hanno un tacito accordo: per esempio, Teheran non ha mai fatto nulla per aiutare i ceceni. E poi c'è la questione armena. Un asse de facto Mosca-Teheran-Erevan irrita profondamente gli americani.

In questo decennio, infine, l'Iran è diventato il terzo maggiore importatore di armamenti russi dopo la Cina e l'India. Gli armamenti comprendono il sistema anti-missile Tor M-1, che difende le installazioni nucleari iraniane.

Grazie a Putin, dunque, l'alleanza Iran-Russia si spiega su tre fronti: nucleare, energia e armamenti.
Ci sono delle crepe, in tutto questo? Certo.
Primo, Mosca non vuole assolutamente un programma nucleare militare iraniano. Significherebbe “destabilizzazione regionale”. Mosca vede l'Asia Centrale come propria area di influenza, dunque un'influenza dell'Iran nella ragione è considerata alquanto problematica. Per quanto riguarda il Caspio, l'Iran ha bisogno della Russia per una soluzione giuridica soddisfacente (è un mare o un lago? Come ripartirlo tra ciascun paese confinante?)

Inoltre la nuova dittatura militare iraniana dei mullah reagirà selvaggiamente se si ritroverà contro la Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Significherebbe una rottura delle relazioni economiche – molto negativa per entrambe le parti – ma anche la possibilità che Teheran si metta ad appoggiare l'Islam radicale ovunque, dal Caucaso Meridionale all'Asia Centrale.

Nella complessità di queste circostanze, non è poi così impensabile immaginare una sorta di educata Guerra Fredda tra Teheran e Mosca.

Dal punto di vista della Russia è ancora una questione di “asse” - che sarebbe costituito da Mosca-Teheran-Erevan-Nuova Delhi e contrasterebbe l'asse spalleggiato dagli Stati Uniti Ankara-Tbilisi-Tel Aviv-Baku. Ma questo è ancora oggetto di accese discussioni, e l'ampio dibattito coinvolge perfino la dirigenza russa. La vecchia guarda, come l'ex primo ministro Evgenij Primakov, pensa che la Russia stia nuovamente diventando una grande potenza e debba coltivare gli ex clienti arabi e l'Iran; ma i cosiddetti “occidentalisti” sono convinti che l'Iran sia soprattutto un peso morto.

Potrebbero non aver tutti i torti. Il punto cruciale di quest'asse Mosca-Teheran è l'opportunismo: la necessità di contrastare i piani egemonici degli Stati Uniti. Con la sua politica del “pugno dischiuso” Obama sarà abbastanza scaltro da cercare di ribaltare la situazione oppure sarà costretto dalla lobby israeliana e dal complesso industriale-militare a colpire infine un regime ora universalmente disprezzato in tutto l'Occidente?

La Russia – e l'Iran – vogliono assolutamente un mondo multipolare. La nuova dittatura militare dei mullah a Teheran sa che di non potersi permettere l'isolamento. Il cammino verso la ribalta potrebbe dover passare per Mosca. Questo spiega perché l'Iran sta compiendo tanti sforzi diplomatici per entrare nella SCO.

Per quanto a Occidente i progressisti possano appoggiare i conservatori pragmatici iraniani – ben lungi dall'essere riformisti – la questione cruciale è sempre che l'Iran è una pedina cruciale per la Russia nella gestione delle sue relazioni con gli Stati Uniti e l'Europa. Indipendentemente dalla sgradevolezza dei toni, tutto indica una tendenza alla “stabilità” in questa arteria vitale nel cuore del Nuovo Grande Gioco.
(mirumir)
Passo e chiudo.
FRA

Sunday, July 26, 2009

IL TERZO BLOG. (The third blog)

E' nato il mio terzo blog: "Ostpolitik. Guardando verso l'Europa centro-orientale e lo spazio post-sovietico".

Passo e chiudo.
FRA

 
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