Tuesday, November 30, 2010

CHOLERA SPREADERS. (Untori)

L'epidemia di colera che ad Haiti ha ucciso più di 1600 persone non è una conseguenza del terremoto, perché il ceppo del batterio non ha origine locale, ma è stato portato da fuori. È quanto sostiene oggi l'epidemiologo francese Renaud Perraux, rientrato in Francia da una missione nell'isola.

Perraux ha detto oggi all'agenzia France Presse che l'epidemia "ha avuto inizio nel centro del paese, non sul mare, non nei campi profughi". "È proprio per questo - aggiunge - che non può essere di origine locale, ma è stata importata".

Secondo responsabili haitiani, i primi casi di colera sono apparsi a metà ottobre nei pressi del campo delle forze di pace dell'ONU (Minustah), di cui molti soldati erano di origine nepalese. Questi ultimi sono stati accusati da una parte della popolazione di essere all'origine della diffusione del virus.

Una versione ritenuta possibile anche dal medico francese Gerard Chevallier, che ha lavorato con il professor Perraux. L'ONU ha sempre sostenuto che non vi fossero prove del fatto che la diffusione del colera fosse stata provocata dalla presenza delle sue truppe.
(SwissInfo)

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In questi giorni i media di tutto il mondo si scandalizzano per quella che viene definita “caccia all’untore”. Ad Haiti, soprattutto nelle città del nord dell’isola, sono iniziate infatti pesanti contestazioni ai danni dei soldati dell’Onu. La missione, di cui parlammo qualche post fa, si chiama Minustah (Missions des Nationes Unies pour Stabilitation en Haiti ) ed è ad Haiti dal 2004, quando fu spedita qui per evitare una guerra civile. Il presidente Aristide infatti, scottato da essere stato detronizzato dai militari e temendo un nuovo colpo di stato, sciolse da un giorno all’altro l’esercito.

I caschi blu in questi anni hanno stabilizzato la situazione politica (anche se a Port-au-Prince le sparatorie sono una assoluta costante del panorama cittadino). I soldati brasiliani in particolare hanno attaccato qualche anno fa il fortino delle bande armate (Cité Soleil) e ristabilito un minimo di ordine nella vita cittadina.

Dal terremoto però la missione (che è civile e militare, ma prettamente civile) non si è riconvertita per aiutare la popolazione di fronte a questa ennesima sciagura. E così, a differenza di quanto avvenne in Bosnia, il genio militare dell’Onu non si è dato da fare, ad esempio, per sistemare le infrastrutture. Anche i blindati bianchi con scritto UN transitano lungo strade devastate e guadano i fiumi dove i ponti sono crollati.

L’impressione dunque è che non ci sia molta fiducia tra gli haitiani verso i caschi blu. E forse gli stessi soldati che provengono dal resto del mondo avrebbero voglia di fare qualcosa di più per aiutare chi ha bisogno, senza girare armati di tutto punto in mezzo a baracche e tende.

Ora si sospetta che siano stati i caschi blu nepalesi a portare il colera ad Haiti. Il vibrione sull’isola mancava da sessant’anni e non si è sviluppato malgrado le drammatiche condizioni igieniche, peggiorate dal terremoto. In un libro che ho letto prima di partire (Haiti, il silenzio infranto, di Lucia Capuzzi) gli esperti delle Ong si dicevano stupiti che non fosse scoppiata un’epidemia di colera. Che invece ha preso il là non lontano da dove i caschi blu nepalesi hanno il loro quartier generale. In Nepal il colera è endemico. Il sospetto che siano stati i nepalesi a portare questa malattia sull’isola non è stata diffusa da qualche blog locale ma dal portavoce dell’Onu ad Haiti (smentito, a stretto giro di comunicati stampa, dalla Minustah: ma ormai il danno era fatto).

Secondo elemento che molti osservatori stranieri sembrano dimenticare di fronte all’escalation di violenza anti-Onu sull’isola sono le elezioni. Il 28 novembre ci sarà il primo turno delle presidenziali e si rinnoverà il parlamento. I candidati sono 19 e al ballottaggio andranno solo in due. Molti hanno quindi interesse a destabilizzare la situazione, a sobillare gli animi per ottenere voti o quantomeno posti di potere.

Da qui a quando si apriranno le urne, la situazione non potrò che peggiorare. Soprattutto se il numero dei morti per colera continuerà a crescere ogni giorno.

Ad maiora
(Andrea Riscassi's blog)

Monday, November 15, 2010

DIPLOMACY OF THE ABSURD. (Diplomazia dell'assurdo)

Il 14 febbraio del 2005 nelle strade di Beirut, grazie a 100 kg di tritolo, venne assassinato Rafiq Hariri, ex primo ministro dimissionario del governo libanese.

L'omicidio, oltre a ricordare quello di Falcone nelle modalità (in quel caso si trattò di 350 chili di dinamite, molto più potente del tritolo), lo ricorda anche per le conseguenze: la conflagrazione infatti catalizzò le forze politiche che giostravano (e giostrano) intorno all'area cardine del medio oriente facendole venire allo scontro aperto. Scontro che ha raggiunto il suo apice con la tentata invasione israeliana del libano nel luglio 2006.

Ancora oggi in occidente ci si chiede ipocritamente chi abbia assassinato il leader politico libanese, mentre sui giornali è già stato deciso che il colpevole doveva essere la Siria. Il fatto che Hariri stesso avesse più volte dichiarato pubblicamente che proprio la Siria era assolutamente necessaria alla protezione del suo paese contro Israele ed avesse allo stesso tempo rifiutato di implementare la legislazione anti-terrorismo caldeggiata dagli USA (come ricorda la wikipedia inglese, ma invece censura quella italiana) non viene minimamente ricordato.

Fallito il tentativo di rompere l'impasse con la violenza della ricordata invasione del 2006, il fronte occidentale ha cominciato a circuire Bashar al-Assad, il presidente siriano, con la promessa di aprire il mondo al suo paese, da tempo sotto embargo internazionale. Diversi articoli sui mezzi da guerra mediatica anglosassoni (The Economist, Financial Times, National Geographic) cominciavano subito a riabilitare l'immagine di quello che fino a poche ore prima era un stato canaglia tra i neuroni facilmente impressionabili di buona parte dei propri lettori.

Il processo di normalizzazione nelle relazioni USA-Siria lo scorso mese di ottobre (il 4 per l'esattezza) portava ad un contrattacco nel caso “Hariri”, con la Siria che all'improvviso spiccava dei mandati di arresto internazionali contro 33 rappresentanti governativi libanesi con la stessa accusa che questi gli avevano rivolto precedentemente (la responsabilità dell'assassinio di Hariri). I mandati ovviamente non hanno alcuna speranza di essere eseguiti, perché l'Interpol difficilmente li avallerebbe. Ma dal punto di vista politico rappresentano uno stravolgimento sia nei rapporti di forza interni libanesi, che in quelli più vasti dell'area.

Il momento in cui tutto questo avveniva, lo scorso ottobre, ha anche altri risvolti, poiché la richiesta emessa dai giudici siriani preludeva, facendone da supporto, alla visita ufficiale del presidente iraniano Ahmadinejad in Libano che sarebbe iniziata il 13 seguente e che poi si sarebbe rivelata un immenso successo diplomatico iraniano.

La Siria si sarebbe dunque presa gioco di Washington? Forse sì, forse no, perché se da un lato il segretario di Stato USA, Hillary Clinton, continua ad esprimersi con toni aggressivi (“Il comportamento della Siria non ha soddisfatto le nostre aspettative degli ultimi 20 mesi, e le azioni siriane non hanno soddisfatto li suoi obblighi internazionali”, AFP 12 Novembre 2010), dall'altro il senatore democratico Kerry, in visita a Damasco, “ha sottolineato il ruolo della Siria nel raggiungimento della sicurezza e della stabilità nell'area” (9 novembre 2010), in effetti mostrandosi ansioso di trovare un punto d'incontro.

Quello che però sembra di poter leggere tra le righe è che il rinnovato feeling tra Teheran e Damasco, teatralmente messo in mostra nell'occasione ricordata sopra, non abbia inciso sul riavvicinamento tra Damasco e Washington. La qual cosa dovrebbe stupire non poco, visto che non facciamo altro che leggere peste e corna sui “fondamentalisti” persiani.

Se però includiamo nel quadro l'improvviso calo nei rapporti tra Teheran e Mosca, che recentemente insieme a Pechino ha appoggiato nuove sanzioni dell'ONU contro l'Iran ed è tornata indietro sulla vendita di armamenti (vedi dichiarazioni Ahmedinejad del 4 novemnbre) possiamo cominciare ad intravedere qualcos'altro prendere forma, e cioè un incredibile riavvicinamento tra gli Stati Uniti e l'Iran in chiave anti-russa ed anti-cinese.

Ecco perché la Siria non è stato “punita” dopo la sua spavalda dimostrazione di supporto nei confronti dell' “amico” Ahmendinejad: Damasco rappresenta la principale leva che Obama sta utilizzando per centrare un impensabile colpo politico.

Un colpo che qualora fosse messo a segno, potrebbe riaprire una immensa ferita che dopo oltre 150 anni stenta a cicatrizzarsi, una ferita che nella Mosca ortodossa chiamano la “Questione orientale”, sfociata nel 1856 nella tremenda Guerra di Crimea, l'evento politico che più di ogni altri ha determinato il destino della Sicilia nel XIX e nel XX secolo, quando la sconfitta delle “terza Roma” ad opera di musulmani ed anglosassoni (questi ultimi sostenuti anche dalla cattolicissima Austria) aprì le porte all'avventura Garibaldina.
(Il Consiglio)

 
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