Monday, November 15, 2010

DIPLOMACY OF THE ABSURD. (Diplomazia dell'assurdo)

Il 14 febbraio del 2005 nelle strade di Beirut, grazie a 100 kg di tritolo, venne assassinato Rafiq Hariri, ex primo ministro dimissionario del governo libanese.

L'omicidio, oltre a ricordare quello di Falcone nelle modalità (in quel caso si trattò di 350 chili di dinamite, molto più potente del tritolo), lo ricorda anche per le conseguenze: la conflagrazione infatti catalizzò le forze politiche che giostravano (e giostrano) intorno all'area cardine del medio oriente facendole venire allo scontro aperto. Scontro che ha raggiunto il suo apice con la tentata invasione israeliana del libano nel luglio 2006.

Ancora oggi in occidente ci si chiede ipocritamente chi abbia assassinato il leader politico libanese, mentre sui giornali è già stato deciso che il colpevole doveva essere la Siria. Il fatto che Hariri stesso avesse più volte dichiarato pubblicamente che proprio la Siria era assolutamente necessaria alla protezione del suo paese contro Israele ed avesse allo stesso tempo rifiutato di implementare la legislazione anti-terrorismo caldeggiata dagli USA (come ricorda la wikipedia inglese, ma invece censura quella italiana) non viene minimamente ricordato.

Fallito il tentativo di rompere l'impasse con la violenza della ricordata invasione del 2006, il fronte occidentale ha cominciato a circuire Bashar al-Assad, il presidente siriano, con la promessa di aprire il mondo al suo paese, da tempo sotto embargo internazionale. Diversi articoli sui mezzi da guerra mediatica anglosassoni (The Economist, Financial Times, National Geographic) cominciavano subito a riabilitare l'immagine di quello che fino a poche ore prima era un stato canaglia tra i neuroni facilmente impressionabili di buona parte dei propri lettori.

Il processo di normalizzazione nelle relazioni USA-Siria lo scorso mese di ottobre (il 4 per l'esattezza) portava ad un contrattacco nel caso “Hariri”, con la Siria che all'improvviso spiccava dei mandati di arresto internazionali contro 33 rappresentanti governativi libanesi con la stessa accusa che questi gli avevano rivolto precedentemente (la responsabilità dell'assassinio di Hariri). I mandati ovviamente non hanno alcuna speranza di essere eseguiti, perché l'Interpol difficilmente li avallerebbe. Ma dal punto di vista politico rappresentano uno stravolgimento sia nei rapporti di forza interni libanesi, che in quelli più vasti dell'area.

Il momento in cui tutto questo avveniva, lo scorso ottobre, ha anche altri risvolti, poiché la richiesta emessa dai giudici siriani preludeva, facendone da supporto, alla visita ufficiale del presidente iraniano Ahmadinejad in Libano che sarebbe iniziata il 13 seguente e che poi si sarebbe rivelata un immenso successo diplomatico iraniano.

La Siria si sarebbe dunque presa gioco di Washington? Forse sì, forse no, perché se da un lato il segretario di Stato USA, Hillary Clinton, continua ad esprimersi con toni aggressivi (“Il comportamento della Siria non ha soddisfatto le nostre aspettative degli ultimi 20 mesi, e le azioni siriane non hanno soddisfatto li suoi obblighi internazionali”, AFP 12 Novembre 2010), dall'altro il senatore democratico Kerry, in visita a Damasco, “ha sottolineato il ruolo della Siria nel raggiungimento della sicurezza e della stabilità nell'area” (9 novembre 2010), in effetti mostrandosi ansioso di trovare un punto d'incontro.

Quello che però sembra di poter leggere tra le righe è che il rinnovato feeling tra Teheran e Damasco, teatralmente messo in mostra nell'occasione ricordata sopra, non abbia inciso sul riavvicinamento tra Damasco e Washington. La qual cosa dovrebbe stupire non poco, visto che non facciamo altro che leggere peste e corna sui “fondamentalisti” persiani.

Se però includiamo nel quadro l'improvviso calo nei rapporti tra Teheran e Mosca, che recentemente insieme a Pechino ha appoggiato nuove sanzioni dell'ONU contro l'Iran ed è tornata indietro sulla vendita di armamenti (vedi dichiarazioni Ahmedinejad del 4 novemnbre) possiamo cominciare ad intravedere qualcos'altro prendere forma, e cioè un incredibile riavvicinamento tra gli Stati Uniti e l'Iran in chiave anti-russa ed anti-cinese.

Ecco perché la Siria non è stato “punita” dopo la sua spavalda dimostrazione di supporto nei confronti dell' “amico” Ahmendinejad: Damasco rappresenta la principale leva che Obama sta utilizzando per centrare un impensabile colpo politico.

Un colpo che qualora fosse messo a segno, potrebbe riaprire una immensa ferita che dopo oltre 150 anni stenta a cicatrizzarsi, una ferita che nella Mosca ortodossa chiamano la “Questione orientale”, sfociata nel 1856 nella tremenda Guerra di Crimea, l'evento politico che più di ogni altri ha determinato il destino della Sicilia nel XIX e nel XX secolo, quando la sconfitta delle “terza Roma” ad opera di musulmani ed anglosassoni (questi ultimi sostenuti anche dalla cattolicissima Austria) aprì le porte all'avventura Garibaldina.
(Il Consiglio)

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