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A partire dal prossimo post, nel sito "International-files" troverete articoli originali, scritti esclusivamente da me (e, talvolta, da qualche collaboratore). I temi affrontati saranno, solitamente, quelli propri delle relazioni internazionali, con l'aggiunta di qualche articolo di musica, cinema, etc. Un nuovo blog sarà appositamente dedicato alle questioni riguardanti l'Europa centro-orientale e lo spazio post-sovietico. Anche qui troverete post originali, scritti interamente da me. Al contrario, su "Pipelineistan" vi saranno esclusivemente articoli provenienti da altre fonti (indicate, di volta in volta, nei rispettivi link).
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E' nato un nuovo blog di Francesco Rossi: "Pipelineistan. Petrolio, gas e geopolitica nello spazio post-sovietico".
A new blog by Francesco Rossi is born: "Pipelineistan. Oil, gas and geopolitics in the post-soviet space".
Link.
Potete trovare il link anche in fondo alla prima pagina di questo blog.
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Mikheil Saakashvili ha ricevuto oggi un invito a dimettersi forte di 50.000 manifestanti scesi in piazza a Tbilisi e altre migliaia in località minori della Georgia. Al presidente l'opposizione ha dato 24 ore per pensarci su, poi, avverte, sarà deciso il da farsi. "Questa è l'ultima occasione per il governo di agire nel giusto modo", intima un comunicato letto alla folla a conclusione della protesta che il fronte anti-Saakashvili annuncia ad oltranza, "se necessario". E se per il giovane presidente arrivato al potere nel 2003 con la 'Rivoluzione delle Rose' non è certo la prima contestazione, per la Georgia è un segnale forte dopo la guerra di agosto con la Russia e nel bel mezzo di una crisi che sta mettendo a dura prova una popolazione composta da pochi molto ricchi e molti poveri. Un segnale, per giunta, che trova una cauta sponda dall'altra parte dell'Atlantico, dove 'Misha' non può più contare sull'asse di ferro con George W. Bush e dove Barack Obama sembra tentato da un 'cambio di cavallo' nello strategico Paese del Caucaso. Senza fretta. Come hanno lasciato intendere oggi i leader dell'opposizione, uniti in un inedito fronte compatto. Sul palco allestito davanti al parlamento si sono succeduti gli anti-Saakashvili di lungo corso e figure più nuove sulla scena politica di Tbilisi. "Siamo qui per dire a Saakashvili di andarsene", ha esordito l'ex candidato presidenziale Levan Gacheciladze, come riporta Novosti Gruzij, "non abbiamo altra scelta se non restare qua sino a quando le nostre rivendicazioni troveranno soddisfazione". Una sfida lanciata mentre i manifestanti scandivano "dimettiti, dimettiti". Gachec
iladze è stato sconfitto da Saakashvili alle elezioni dello scorso gennaio, quando, tra molte proteste, il presidente ha ottenuto un nuovo mandato con il 53% dei voti. Ma dopo il conflitto di agosto il capo di Stato - appena 40enne dopo cinque anni al potere - ha perso alcuni importanti alleati. In particolare due, che vengono considerati potenziali successori, anche perchè graditi a Washington: l'ex capo del parlamento ed ex compagna della Rivoluzione delle Rose Nino Burzhanadze e l'ex ambasciatore presso l'Onu Irakli Alasania, Entrambi sono a capo di un partito, rispettivamente il Movimento democratico-Georgia Unita e Alleanza per la Georgia. Entrambi sintetizzano le loro ragioni con una drastica formula: "Saakahsvili è diventato il vero problema". Il 9 aprile non è una data casuale. In Georgia si ricorda l'anniversario della violenta repressione di una manifestazione nel 1989, quando le truppe antisommossa sovietiche aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo 20 persone. In mattinata, il presidente si è recato ad una cerimonia di commemorazione, dove si è ritrovato fianco a fianco di Burzhanadze, di Gacheciladze e del leader Movimento Uniti per la Georgia Eka Beselia. Saakahsvili ne ha approfittato per lanciare un appello all'unità nazionale: "qualunque siano le nostre divergenze, abbiamo un'unica e sola patria e dobbiamo lavorare assieme per difendere la libertà e l'unità del Paese". Dopodichè, gli oppositori si sono spostati verso il parlamento per la protesta. E' praticamente la prima volta che il fronte antigovernativo - 17 partiti - trova un denominatore comune sufficiente a convocare una manifestazione delle dimensioni mai più viste dopo lo spodestamento di Eduard Shevardnadze. Solo i social-democratici, scrive Interfax, hanno rifiutato l'invito a scendere in piazza. L'ex presidente ed ex ministro degli
Esteri sovietico, intanto, si toglie la soddisfazione di consigliare al suo successore di dimettersi. Tanto, dice alle agenzie russe, "è impossibile un accordo".
rma di violenza durante la protesta in agenda oggi a Tbilisi, il Dipartimento di Stato sottolineare che "come amico della Georgia, gli Stati Uniti sostengono il popolo georgiano nel loro continuo sforzo per costruire la democrazia". La nota ribadisce il sostegno alle riforme democratiche "incluso il codice elettorale, la giustizia e i media indipendenti": una sottolineatura in odore di critica al presidente Saakashvili e alla sua personale battaglia contro alcune testate dell'opposizione.
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una giornata l'opposizione moldava è scesa in piazza, si è scontrata con la polizia, ha preso d'assalto il parlamento, la presidenza, la sede del governo e avrebbe già ottenuto che si proceda a un nuovo conteggio dei voti delle legislative di domenica scorsa. Dopo la rivoluzione delle rose in Georgia, quella dei tulipani in Kirghizistan, quella arancione a Kiev, nell'ex spazio sovietico scoppia un'altra protesta, con diverse dinamiche, ma un tratto comune: la richiesta di cambiamento. "Ci vogliono rubare il futuro", continuava a ripetere alle tv russe Gennady Brega, giovane leader della piazza in fermento. Al centro del nuovo sisma, di intensità ancora tutta da verificare, le accuse di brogli nel voto che avrebbe dato al partito comunista la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Il partito Liberal-democratico e i Liberali, motori della marcia sui palazzi del potere, hanno cambiato i giochi in corsa. Con due piani del Parlamento in fiamme, una donna morta per asfissia e molti poliziotti tra gli oltre 20 feriti negli scontri, Vladimir Voronin - presidente 'ancora' comunista, pur dichiarandosi filoeuropeo - ha concordato il nuovo computo delle schede. Tra l'altro l'Osce ha sostanzialmente promosso il voto di domenica e il Consiglio d'Europa oggi fa notare che "accettare la sconfitta fa parte del processo democratico". "Vogliamo essere liberi", "abbasso il comunismo", "Vogliamo un nuovo conteggio", gli slogan più gridati in piazza e scritti su striscioni scomparsi presto tra getti di idranti e colonne di fumo. Ma anche "siamo romeni", a ricordare che la Moldova fino al 1940 faceva parte della Romania, oggi Paese miraggio per molti giovani della repubblica ex sovietica, più che radice nazionale veramente sentita. Quando la polizia e i 500 agenti antisommossa hanno cercato di bloccare l'avanzata verso la sede della presidenza, la folla ha cominciato a lanciare sassi e sono scoppiati scontri piuttosto violenti. Fonti ospedaliere hanno detto che i feriti sono "oltre 20", altre fonti hanno parlato di "più di trenta". Comunque il caos, che il presidente Voronin - giunto al termine del secondo e ultimo mandato, con il pensiero volto ora alla poltrona di capo del parlamento - ha definito "tentativo di destabilizzazione". I comunisti hanno gridato al "tentativo di golpe". Voronin, noto equilibrista e politico molto navigato, ha annunciato un accordo per il nuovo computo delle schede. L'opposizione ha fatto poi sapere che "non è stato raggiunto alcun accordo". La posta politica in gioco è alta. Ieri il Comitato elettorale centrale di Chisinau ha annunciato che il Partito comunista, con l'86% delle schede scrutinate, aveva superato il 50% dei voti. I tre partiti pro-europei - Liberali, Liberal-Democratici e Nostra Moldova - tutti assieme avrebbero raccolto circa il 34% dei consensi. Un risultato che, una volta ufficializzato, avrebbe dato 61 seggi in parlamento su 101 seggi, quindi la possibilità di eleggere il nuovo presidente senza consultare nessuno. Ieri sera un 'ritocchino' al ribasso (49,9% ai comunisti) non ha placato i sospetti e la crescente ira dell'opposizione, che ha indetto per oggi la manifestazione per chiedere l'annullamento del voto. L'opposizione filoeuropea non vuole lasciare il Paese nelle mani di Voronin, al potere da otto anni, grande manovratore che ha prima dichiarato l'eterno regno del socialismo poi ha deciso di guardare verso l'Ue, senza convincere troppo. Non ha convinto certo la folla scesa in piazza oggi, in gran parte giovani che sognano un futuro in Europa, ma sanno che a fare i giochi elettorali ancora oggi sono l'esercito della pubblica amministrazione, gli elettori più anziani e nostalgici dell'Urss. Oltre ai votanti convogliati dalla diffusissima corruzione. Voronin - o il suo successore, da eleggere entro l'8 giugno - è atteso tra l'altro al vertice europeo di Praga che a inizio maggio vedrà il battesimo ufficiale del Partenariato per l'Est. La nuova iniziativa di cooperazione Ue con Ucraina, Georgia, Bielorussia, Armenia, Azerbaigian e Moldova è importante per Chisinau come ponte verso l'Occidente. Ma d'altronde la Moldova è legata a doppio filo a Mosca, non tanto per l'ideologia, che nelle mani di Voronin vira spesso e volentieri, quanto per la totale dipendenza dal gas russo e dagli umori del governo moscovita. Oltre all'aumento delle tariffe del metano, l'embargo sulle esportazioni di vino moldavo nel 2006 ha definitivamente messo in ginocchio la Moldova, che ora vive di rimesse degli emigrati (36% del Pil) e di aiuti internazionali, Ue in prima fila. Insomma, la crescita dell'inizio del decennio 'liberista' (al massimo nel 2005: Pil + 7,5%), malgrado anche i comunisti abbiano varato alcune riforme stabilizzanti, è un ricordo lontano. E' sempre viva, invece, la ferita della guerra civile del 1992 in Transdnistria, la prima delle guerre postsovietiche: 1.400 morti almeno negli scontri tra truppe separatiste ed esercito moldavo. Prima che intervenissero i russi a imporre una tregua e vegliare sulla proclamazione di indipendenza della regione.
a meeting of regional government officials that118 people were arrested after the April 7 riots."[It was] the provocateurs who were calling on people to crush and destroy things, to set things on fire. I believe it was some Communist idea. We'll find out in the following days," he said.
Another participant, a young girl, told RFE/RL she strongly rejected the violence and the destruction: "I was there for a while. We stood there quietly with my colleagues. I clearly disagree with what they did, the damage they caused to the presidency and parliament buildings. No one expected the Communists to win again."

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molti anni. Ciò significa una nuova qualità delle relazioni”. Motivo più che sufficiente per prevedere che l'incontro di Londra può in fin dei conti portare da qualche parte, invece di finire in un vicolo cieco nelle prossime settimane.
del G8 in Italia, l'8-10 luglio – incoraggerà i negoziatori ad “avviare subito i colloqui” su un accordo che sostituisca lo START, che scade a dicembre.
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