Sunday, August 31, 2008

KATIE MELUA E LA GUERRA IN GEORGIA. (Katie Melua and the war in Georgia)

Mi permetto di pubblicare una pagina tratta dal blog della straordinaria cantante georgiana/britannica Katie Melua. Si tratta di impressioni molto belle e profonde sul conflitto nel suo Paese di origine. Della sua splendida musica parleremo sicuramente in futuro, per ora leggiamo queste riflessioni.



"Have the last 7 days actually happened?

I'm sitting in a hotel room in Germany in middle of my summer tour with BBC World News telling me that my home country is being torn to pieces.
Throughout this week I haven't been able to stop watching the news. I've never seen it like this before, it's never made me feel so naked, isolated and angry. When there's a war it's always in some distant land and then they switch to the weather and sports. I nearly hit th

e TV with the remote control when it went to sports. While the conflict was goi

ng on in Georgia I couldn't believe that world around me was functioning normally, or that I was functioning normally. Especially doing these last two gigs, they have felt very weird. I've been removed from them yet have never felt so grateful and happy to be anywhere but on the stage.

The scariest day was last Monday when I couldn't get hold of anyone including my mother and brother who were originally out there on holiday.
When I spoke to mum last Friday she said everything would be fine and all seemed pretty normal on the streets of the seaside town where they were. But then my phone

stopped working and I was hearing all these things on the news which petrified me about the conflict moving further in to Georgia and towards Tbilisi where my grandparents live. I finally got hold of them all on Tuesday and they said there had not been any fighting or violence in the capitol or anywhere apart from Gori.

With the Russians still being in Gori there are reports that they have stopped fighting but you don't need to be killing a country's people or its soldiers to paralyse it. You see, Gori is right in the middle of the only road that goes from west to east across Georgia. It's the road that my mum and brother need to travel on to catch their return flight out of Tbilisi.

It's also the road that I travel on every year to get from the capital to the sea towns. It's always such a great car journey, 6 hours of stunning countryside, with the landscape changing from desert-like hills to dark forests, stunning rivers then a mountain that you h

ave to get over where there is usually a bus in front of you struggling slowly around the scary turns of the steep mountain. So for me the thought that this road is currently a danger and a menacing one is unbelievable.

My mum and brother have tried twice to make that journey back to the capital but every time they been turned back by Georgian police advising them that it's too risky. There are reports of people travelling the other way, getting as far as Gori and having their cars and all their goods stolen. I have also heard of a 25 year old girl who is missing. She was travelling with a group of people on that road, near Gori where they were ambushed. She was kidnapped and has not been seen since then.

One of the most frustrating things in the last few days has been trying to get

a clear picture of the conflict. Yesterday, according to my family, Gori was still occupied, while at the same time I saw on the news that the Russians were leaving. Maybe it will take them a few days? Maybe they're blowing up un-detonated bombs before they go? Who knows. I would just like my country to get back its stability.

Georgia has always had shaky politics especially after the break up of the Soviet Union and the civil war that followed in the 90's. More recently things appeared to be getting better, the economy was growing, the major cities were starting to look cleaner, electricity black-outs like the ones when I lived there were almost unheard of. But after this last week everything seems uncertain again.

Sue my publicist has told me that she has been inundated with requests for me to talk about this in the media. What am I meant to say? It just doesn't feel right to put this on the same platform as when I'm talking about my music to journalists, with lights, make-up and all the ridiculousness of show business. I don't want to be some face that makes this conflict more personal for the average Britain, because they know some singer that comes from there that sings about bicycles. That's ridiculous! Conflict is conflict. It just so happens that this conflict is on my homeland, on my memories and where pretty much all of my family is right now.

10 days ago I felt secure, happy and looking forward to visiting Georgia for the summer holidays. Now I'm not sure what to feel. All I know is that once Georgia mends itself after another conflict in its recent history then I'll never take that feeling of safety for granted and neither should the millions of people that live in countries of peace.

Katie x"


Passo e chiudo.
Fra


Saturday, August 16, 2008

LA CRISI USA-RUSSIA, IL SECURITY DILEMMA E BRZEZINSKI. (The Usa-Russia crisis, the Security Dilemma and Brzezinski)

L'approccio realista alle relazioni internazionali (in qualunque sua variante) ha sempre avuto, a mio parere, numerosi limiti euristici, che derivano, in definitiva, da una visione troppo stilizzata della realtà. Tuttavia, molto spesso, è praticamente impossibile prescindere dai paradigmi realisti. Insomma, la più grande "famiglia teorica" delle relazioni internazionali, la teoria mainstream della Guerra Fredda, è qualcosa con cui volenti o nolenti, quando si scrive di politica internazionale, occorre fare i conti. Vi sono però casi dove l'approccio realista non solo appare necessario, ma dove appare anche l'unico plausibile, se non a livello normativo, almeno a livello descrittivo.
Due eventi fondamentali hanno, in questi giorni, portato alla ribalta il realismo nel sistema internazionale: la guerra Georgia-Russia e la firma dell'intesa Washington-Varsavia per il dispiegamento in Polonia della componente missilistica del cosiddetto "scudo spaziale" americano. Non c'è dubbio che il Presidente georgiano Saakashvili sia, sin dalla "Rivoluzione delle Rose" del 2003, una "potente arma" occidentale puntata contro Mosca. Così come non v'è dubbio che lo "scudo spaziale" non sia diretto tanto contro la minaccia di uno "Stato canaglia" (l'Iran ha mostrato totale indifferenza all'accordo Usa-Polonia), quanto proprio contro la Russia (è questa la vera minaccia/ossessione per Praga e Varsavia).
Particolarmente feconda potrebbe essere un'interpretazione di tali eventi alla luce del realismo offensivo di Mearsheimer. Tale teoria si basa su due assunti: - il comportamento degli Stati è funzione della natura del sistema internazionale (anarchica) - gli Stati (in particolare le Grandi Potenze) tendono ad avere una politica estera aggressiva perchè ciò conviene loro (quasi una scelta obbligata per non soccombere nell'ambiente internazionale). Come lo stesso Mearsheimer rileva, il realismo offensivo sposa in qualche modo approcci come quello di Herz e del suo Security Dilemma. In breve, l'impostazione di Herz risulta analoga a quella di Mearsheimer. Tenendo presente quest'ultima, esplicitiamo allora il "dilemma della sicurezza" come esposto da Herz nella sua opera del '51 Political Realism and Political Idealism. Poniamo di avere due Stati con il medesimo livello di potenza iniziale. In questa situazione di equilibrio (di potenza) nessuno dei due Stati si sentirà minacciato dall'altro, cioè la sopravvivenza di entrambi gli Stati sarà assicurata. Poniamo poi che entrambi gli Stati non desiderino la guerra. Mai. C'è però un problema: i due Stati non hanno la capacità di convincere l'altro della bontà delle loro intenzioni. In poche parole, questo sistema a due è caratterizzato dall'assenza di fiducia reciproca. Cosa accadrà allora se per un qualsiasi motivo uno dei due Stati aumenterà (o vedrà aumentata) la propria potenza? [per Mearsheimer la "potenza" è non solo militare, anche se è soprattutto questa, ma è anche funzione della ricchezza economica e della forza demografica] Accadrà che l'altro Stato percepirà tale aumento di potenza come una minaccia diretta contro di lui. Reagirà dunque aumentando la propria potenza. Tale aumento di potenza sarà a sua volta percepito dal primo Stato come una minaccia e quindi sarà accompagnato da un nuovo aumento di potenza. A questo punto il secondo Stato troverà conferma alle proprie preoccupazioni iniziali :- vedete come sin dall'inizio volevano minacciarci? - Inizierà insomma un circolo vizioso di quelle che Buzan definirebbe come "securizzazioni reciproche". In sostanza questo modello prevede che due (o più) Stati siano "trascinati" in un conflitto che nessuno dei due (o più) vuole combattere. La causa di tale conflitto, come si sarà intuito, è sistemica.
Veniamo allora al caso concreto dal quale siamo partiti. Non soffermiamoci sulla natura del sistema internazionale post-'89, cioè sul fatto se sia unipolare, uni-multipolare, multipolare, se sia suddividibile in macro-regioni, se corrisponda ad un modello 1+X (come indicato da Buzan) etc. Concetriamoci invece su Usa e Russia. I primi, la più Grande Potenza post-'89 (l'unica?), la seconda una Grande Potenza potenziale, o meglio in ascesa. Un'ascesa che si può riassumere nell'espressione "la Russia è tornata", frase per certi versi ambigua, ma che richiama immediatamente il corso politico iniziato a Mosca dal 2000 con l'avvento della Presidenza Putin. Durante l'era Putin (quindi in sostanza anche oggi), le componenti individuate da Mearsheimer come parti della "potenza" di uno Stato hanno segnato un forte incremento. Ovviamente questo non è sfuggito a Washington che ha vissuto sin da subito il nuovo corso russo come una minaccia. Insomma si è entrati in un security dilemma. Tuttavia il nemico esplicito dei neocons era e "doveva" essere l'estremismo islamico. Dopo l'11 Settembre Bush e Putin si erano trovati uniti in quella che ormai tutti conosciamo come la "lotta al terrorismo". Per questo il Presidente Usa potè dire di "aver guardato negli occhi di Putin e di aver visto la bontà del suo carattere". Evidentemente però al Pentagono ed al Dipartimento di Stato non ci si fidava più di tanto di ciò che aveva visto Bush. Iniziava così un impegno americano (nell'ombra), volto al contenimento della Russia. Il ruolo giocato dagli Usa nelle cosiddette "rivoluzioni colorate" si ascrive all'interno di tale impegno: 2000 Serbia, 2003 Georgia, 2004 Ucraina, 2005 Kirghizistan. Così anche l'allargamento a est della NATO e la costruzione dello "scudo spaziale" in Polonia e Repubblica Ceca. Ovviamente il filo-americanismo e la russofobia di buona parte di quei Paesi che un tempo gravitavano nell'orbita dell'Urss ha reso tale strategia americana di contenimento una facile opzione. Anche le risposte di Mosca in questi giorni (militari in Georgia, diplomatiche in Polonia) si collocano a pieno titolo nella logica del security dilemma. Si profila dunque un'escalation, una serie di securizzazioni reciproche e opposte.
Occorre rispondere ora a tre domande: 1) come uscire da questo circolo vizioso? 2) perchè la Russia rappresenta (secondo alcuni) una minaccia per la Grande Potenza americana? 3) perchè proprio oggi la rivalità Usa-Russia è uscita allo scoperto?
1) Rimanendo in una logica strettamente realista, il circolo vizioso procederà, con tanto di contrasti e conflitti, fino a quando una delle due parti non avrà la meglio. In particolare vi sarà comunque una tendenza alla persistenza e, nel breve periodo, all'equilibrio (di potenza). In un'ottica non realista, le opzioni sono diverse, in breve riassumibili in due. La logica liberale mostra come il problema del dilemma sia la mancanza di fiducia. La "cura" sarebbe dunque l'istituzionalizzazione delle relazioni tra i due contendenti, una "reiterazione dei giochi" che renda prevedibile il comportamento altrui. Occorre sottolineare a questo punto come, con grande acume politico, Putin abbia scelto come successore Medvedev, non un "uomo dei servizi", bensì un giurista con una formazione di stampo economico. Il tentivo era proprio quello di "tranquillizzare" (gli Usa in primo luogo) senza rinunciare di fatto a proseguire nell'ascesa al rango di Grande Potenza, ma anzi facendo al contempo intravedere come tale ascesa sia basata anzitutto sulla forza economica (leggi "energetica). Infine occorre menzionare la soluzione costruttivista, basata in sostanza su di un cambiamento di linguaggio diplomatico: abbandonare di fatto il linguaggio realista il quale, oltre ad avere una forza descrittiva, finisce con l'avere anche una forza normativa portando alle cosiddette "profezie che si autoavverano".
2) Ma la Russia è davvero un pericolo per gli Usa? Secondo parte dei liberali ovviamente no: occorre commerciare con la Russia, occorre coinvolgere la Russia in istituzioni internazionali, occorre creare fiducia etc. Ma qui è la logica realista (in particolare quella realista offensiva) che può suggerirci qualcosa. Secondo Mearsheimer l'azione normale delle Grandi Potenze in politica estera è volta ad impedire l'emergere di altre potenze in altre regioni. La Russia, nell'ottica di Mearsheimer potrebbe essere un esempio di Egemone Potenziale, dunque un pericolo per gli Usa: un'alleanza od un supporto ad uno Stato indipendente nella regione d'influenza americana (emisfero occidentale) sarebbe piuttosto facile e conveniente da realizzare. Il sistema dunque, per continuare ad utilizzare la terminologia di Mearsheimer, sarebbe "sbilanciato" (a causa dell'ascesa russa), il più foriero di conflitti. Occorre poi tener presente la doppia valenza della Russia, europea ed asiatica. In sostanza una Russia ascendente sbilancerebbe entrambi i sistemi regionali. Tuttavia in Mearsheimer, il vero pericolo per gli Usa viene individuato nella Cina, nel suo potenziale economico-demografico. Da dove deriva allora la priorità data al pericolo russo, rispetto a quello cinese? O meglio, perchè si è palesato proprio ora il contrasto Usa-Russia?
3) Dopo la disastrosa e sciagurata campagna irakena, la parabola neocons a Washington sembra avviarsi al termine. Certo, la "lotta al terrorismo" rimarrà in cima all'agenda della nuova amministrazione. Tuttavia tale impegno sarà affiancato (forse soverchiato?) da un altro obiettivo: il contenimento attivo ed esplicito del "pericolo russo". McCain è stato abbastanza chiaro:- ho guardato Putin negli occhi - per riprendere l'espressione di Bush - ed ho visto solo tre lettere, K-G-B - Ma è Obama che ci interessa. E' lui "l'uomo nuovo", il volto benevolo della potenza americana, il probabile vincitore nella corsa alla Casa Bianca, "l'uomo della speranza". In realtà, ad interessarci non deve essere Obama in sè, quanto la "mente" che si nasconde dietro la sua politica estera: Zbigniew Kazimierz Brzeziński. Già National Security Adviser durante la presidenza Carter, Brzeziński risulta essere il guru della politica estera "made in Obama". Il suo crudo realismo, basato sui nudi rapporti di potere tra nazioni, attinge fortemente a tutto quel filone geopolitico che considera la massa eurasiatica come la chiave di volta per il controllo del globo. Nella sua versione post-moderna della geopolitica di MacKinder/Haushofer si riscontra l'idea che "chi controlla l'Europa Orientale controlla il mondo". Ma l'influenza di Brzeziński (e del suo pensiero) nella politica estera americana va ben al di là di una epidermica russofobia. Nella sua visione il più grande pericolo per gli Usa post-'89 sarebbe una coalizione "anti-egemonica" russo-cino-iraniana, eventualità già intravista a Washington con l'avvento di Yevgeni Primakov come Ministro degli Esteri russo nel 1996. Occupando gran parte della Heartland è tuttavia la Russia il principale oggetto d'interesse di Brzeziński. Certo, la Cina è un pericolo enorme, che però secondo Brzeziński ha un tallone d'Achille: la relativa scarsità di risorse energetiche (rispetto alle necessità). Un motivo in più per mettere in cima all'agenda Mosca e non Pechino. La stessa cosa vale per Teheran: senza la Russia, l'Iran non potrebbe fare molta strada. Anche l'allargamento della NATO può essere ascritto all'approccio di Brzeziński. L'allargamento ad est della NATO, suggerisce, è di primaria importanza. Solo così è possibile una politica eurasiatica coerente da parte degli Usa. Una mancata espansione, al contrario, discrediterebbe la leadership americana così come l'idea di un'Europa in espansione, demoralizzerebbe le popolazioni dell'Europa centro-orientale e rigenererebbe le dormienti aspirazioni geopolitiche russe. In sostanza crollerebbe l'architettura di sicurezza eurasiatica "made in Usa".
Sia con McCain che con Obama, nei prossimi anni continueremo ad assistere ad un faccia a faccia russo-americano. In uno scenario internazionale dove ancora una volta è il realismo politico a prevalere tra i contendenti, la pace sembra essere affidata al vecchio "equilibrio di potenza". Speriamo di non dover rimpiangere l'accoppiata Bush-Putin.
Passo e chiudo.
FRA

Friday, July 11, 2008

IL PRESIDENTE VACLAV KLAUS. (The President Vaclav Klaus)

Le idee del rieletto Presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus meritano attenzione. Grande personalità e grande intellettuale. Per molti (in Repubblica Ceca e all'estero) un personaggio controverso. In ogni caso, una figura dinanzi alla quale difficilmente si resta indifferenti. La grandezza del suo profilo intellettuale mi pare indiscutibile. Mi propongo qui di presentare le sue posizioni riguardo due temi che paiono essere al centro della sua presidenza: il processo di integrazione europea e l'ambientalismo.
Brevemente, prima di lasciarvi rispettivamente a due documenti a riguardo (la trascrizione di una lectio magistralis pronunciata nel 2006 all'Università di Trento che attingo dal sito dello stesso Presidente; un'intervista concessa alla tv americana), introduco le sue posizioni.
Sull'integrazione europea: la proposta di Klaus è di una Organizzazione degli Stati europei, economica più che politica, intergovernativa più che sovranazionale. Una "potenza economica" più che "civile", ben strutturata sulla linea delle singole sovranità perchè, se lo Stato-nazione può essere un garante della democrazia, gli imperi o le associazioni di Stati non sono garanzia di democrazia. Grande preoccupazione di Klaus è impedire che l'UE diventi un super-Stato, una sorta di Stati Uniti d'Europa, ma al contempo non rinunciare ai vantaggi di un mercato europeo allargato. Nell'intervento che propongo il Professor Klaus distingue con grande competenza diversi approcci possibili al processo integrativo europeo: "alla Fukuyama", "alla Huntington", "alla Rumsfeld", "alla Delors" etc., fino ad esporre, per esclusione, l'idea di un'integrazione "alla Klaus".
Sull'ambientalismo: il Presidente è molto chiaro a riguardo, esso è una nuova ideologia, anzi forse una nuova fede. Klaus risulta essere uno dei pochi politici di spicco a non sposare la tesi del riscaldamento globale antropico. A mio parere, suo grande merito è quello di tentare di aprire un dibattito in una materia dominata totalmente dal pensiero mainstream (riscaldamento antropico). Nel video che mostro Klaus sostiene che la vittima della battaglia "contro il riscaldamento globale" non sia l'inquinamento, ma la libertà. La mancanza di discussione pubblica a riguardo, sostiene, deriva dalla classica errata convinzione che laddove operano le scienze naturali, le scienze sociali non abbiano diritto di parola nè competenza. Insomma la tendenza a considerare superiori le prime alle seconde. Tuttavia, dice Klaus, la questione del riscaldamento globale è una questione politica, sociologica ed economica ancor prima che "scientifica".




Lectio magistralis di Václav Klaus pronunciata all´Università di Trento in occasione del conferimento del titolo del professore onorario

Magnifico Rettore, Illustri Presidi, professori, signore e signori, cari studenti,

Voglio ringraziarvi per questo grande onore che ho ricevuto da voi.

Prima però vorrei affrontare un altro argomento. Ho deciso di presentare questa lectio magistralis in lingua italiana. Da parte mia è una cosa molto coraggiosa. Fin adesso non ho ancora mai parlato italiano in pubblico. Spero che perdonerete le imperfezioni del mio italiano.

Dovrei spiegare dove ho incrociato la lingua italiana. Quarant´anni fa, ho passato cinque mesi a Napoli studiando all´ISVE, Istituto di studi per lo sviluppo economico, però purtroppo non in italiano ma in inglese. Questo Istituto organizzava gli studi postgraduali per gli stranieri, stranieri giovani, che potenzialmente potevano in futuro ottenere posti importanti nei loro Paesi e grazie a questo soggiorno e studio avere un rapporto d´amicizia con l´Italia. Non ho seguito la vita professionale dei miei trentasei compagni di studi provenienti da venticinque Paesi di tutto il mondo, però sono convinto che io sono stato il miglior investimento dello Stato italiano e dei suoi contribuenti fiscali.

Purtroppo non ho imparato bene a parlare italiano ma sono comunque convinto di fare una buona cosa parlando qui a Trento in italiano. La mia lectio non ha nessuna versione in ceco ed è stata scritta da me, direttamente in italiano. Spero che il mio discorso vi sarà comprensibile. Altrimenti, devo saltare in inglese, tedesco, russo o in ceco.

Per caso sono arrivato a Trento non da Praga ma da Lussemburgo, dove sono stato in visita ufficiale. So, che esiste un rapporto interessante tra la Boemia, il Lussemburgo e il Trentino. Nell´anno mille trecento trentanove il re boemo Giovanni di Lussemburgo ha dedicato l´Aquila di San Venceslao al vescovo di Trento. L´Aquila è diventata poi il simbolo della vostra Provincia. È stato per me un grande piacere riceverelo dal Presidente del governo provinciale, il signor Lorenzo Dellai.

Vorrei ancora dire che questo onore non è il primo che ho ricevuto nella mia vita. Preparando il mio discorso ho scoperto, con mia grande sorpresa, che ho ricevuto già varie lauree honoris causa e vari premi internazionali in diciannove Paesi del mondo, in tutti i continenti escludendo l´Africa. Comunque il titolo del professore onorario da voi conferito a me è il primo riconoscimento che ho ottenuto in Italia. Vorrei ripetere il mio grande ringraziamento. Non interpreto questo premio solamente come un riconoscimento a me stesso ma anche come un premio per il mio Paese che ha tradizionalmente relazioni molto buone con l´Italia. I nostri cittadini considerano l´Italia un Paese molto vicino e amichevole. È stato sempre così, ma una nuova qualità a questi rapporti viene aggiunta dalla nostra appartenenza all´Unione Europea.

E con questo, passo al vero tema del mio discorso. Il magnifico rettore mi ha proposto di parlare durante il mio discorso dell ´Europa, di presentare la mia analisi del suo presente è la mia visione del suo futuro. Proprio questo è il tema principale della mia vita di oggi.

Comincio con una distinzione, a prima vista e per molti, insignificante fra i termini Europa e Unione Europea. Per me, questa distinzione è fondamentale. Non si deve parlare dell´uno pensando all´altro. Non ho neanche la minima ambizione di parlare dell´Europa, di criticare l´Europa, di costruire l´Europa, di espandere l´Europa. L´Europa è un´entità geografica (ma neanche i suoi confini sono chiari), nata dall´evoluzione storica, è un´entità culturale e civile in continuo cambiamento. L´Europa è un´entità che esiste indipendentemente dalle nostre ambizioni, che cambiano nel tempo, le ambizioni di unirsi, di dividersi, di fare amicizia o di diventare nemici. Nessuno può reclamare questa entità, nessuno può appropriarsela (o usurparla), nessuno possiede le sue chiavi.

Un´altra cosa è l´Unione Europea. L´Unione Europea - nata come un progetto politico in un certo momento storico – è un raggruppamento di Paesi, che malgrado le loro differenze storiche, religiose, culturali, politiche ma anche economiche, vogliono fare alcune cose insieme. Questo progetto, le sue ambizioni, i suoi successi e insuccessi, i suoi costi ed effetti, lo dobbiamo invece valutare. Ed io lo faccio spesso.

Noi tutti, adesso voglio dire noi tutti in Europa, siamo stati testimoni - qualche volta anche diretti - di vari processi integrativi e disintegrativi. Anche la vostra bellissima parte dell´Europa è stata colpita dai processi dell´unificazione dell´Italia cento cinquant´anni fa, dalla disintegrazione dell´Austria-Ungheria dopo la prima guerra mondiale, dai cambiamenti causati dalla seconda guerra mondiale, e anche dalle conseguenze della nascita del Mercato Comune Europeo, della Comunità Economica Europea e poi dall´Unione Europea. Tutti abbiamo la nostra memoria storica, e per questo siamo sensibili a varie cose. Qualche volta anche allergici.

La mia principale esperienza storica è lo sforzo centenario del mio Paese di difendersi dalla pressione germanizzatrice, lo sforzo di liberarsi dal centralismo di Vienna che esisteva nella monarchia austro-ungarica, lo sforzo di liberarsi dall´egemonia dell´impero sovietico e delle sue organizzazioni internazionali, come il Comecom e il Patto di Varsavia. Questa esperienza definisce il grado della mia personale sensibilità vis-à-vis a vari progetti integrativi, unificativi, internazionali e sovranazionali.

Per di più non penso che Fukuyama aveva ragione dicendo che „la storia è finita“ – ed esagerando un po – non penso che già si avvicina il „brave new world“ (il coraggioso mondo nuovo), che è stato così ben descritto nella famosa antiutopia di Aldous Huxley, nel quale ci saranno „rosy hours“ (le ore rosee) ma non ci sarà né la liberta né la democrazia. La storia (e la politica e gli interessi umani) non è finita e perciò non comincia lo stato idilliaco del processo apolitico, tecnocratico e del costruttivismo sociale su scala mondiale. Questo deve essere uno dei fondamentali punti di partenza delle nostre riflessioni sul futuro.

Non penso neanche che il processo dell´integrazione europea deve essere determinato dalla visione di Huntington sul „conflitto delle civiltà“. Non penso che il presente, ma presunto, conflitto fra l´ islam e l´occidente deve far avanzare l´Europa verso una vana e non necessaria unificazione dalla quale una vera e reale libertà e democrazia sono escluse. Questa unificazione, l´omogenizzazione, l´armonizzazione e la standardizzazione sono fatte con l´obiettivo di intervenire con una voce forte in questo conflitto. Anche questo obiettivo di andare verso „ever-closer Europe“ (l´Europa sempre più stretta) dovrebbe essere rifiutato come totalmente inadeguato.

La difesa del sovranazionalismo europeo non dovrebbe basarsi neanche sul concetto del „big is beautiful“, cioè, sull´ambizione di combattere l´egemonia degli Stati Uniti, sull´antiamericanismo, sul confronto con l´errata idea di Rumsfeld sulla „vecchia e nuova Europa“. Neanche questo dovrebbe unirci in un modo falso.

Ripeto di nuovo, l´argomento contro l´intergovernamentalismo (in favore del sovranazionalismo) e l´argomento contro la classica democrazia liberale ( in favore della postdemocrazia) non deve essere
- Fukuyama
- Huntington
- Rumsfeld,
ma neanche le visioni della riunificazione di una, in una remota antichità, Europa unificata, neanche i sogni di Jacques Delors sull´anima europea, ma neanche le ambizioni degli eurocrati europei (dei politici europei, dei burocrati e dei „public intellectuals“) di uscicre dai meccanismi democratici standard e di imperare in Europa nello stile kunderiano „dell´insostenibile leggerezza dell´essere“ sopra di tutti noi, che non abbiamo le loro ambizioni e che siamo in questi affari molto più umili.

Ragioniamo in modo pragmatico e razionale. In campo accademico posso usare i termini „externalities“, „spillover effects“ e „beni pubblici“. Questi effetti esistono senza dubbio e devono riflettersi nelle istituzioni europee e nella legislazione europea. Se dico che esistono, questo non significa, che predominano. Dire che predominano è una tesi degli europeisti e dell´europeismo. Dire che esistono è una tesi mia e di altri europei che ragionano in modo razionale.

Le controversie concernenti „externalities“, „spillover effects“ e „beni pubblici“ sono le controversie sulla loro dimensione e sul modo di decidere su di esse. La loro dimensione è sicuramente minore di quello che dicono gli europeisti ed è minore di quello che è stato concesso alla legislazione europea, all´acquis communautaire. L´unificazione nel processo decisionale al livello dell´UE è andata più avanti di quel che fosse razionale. Si omogeneizza, si armonizza e si standardizza più di quello che è economicamente vantaggioso. In più, trionfò l´idea, che la modalità di decisione sovranazionale, cioè maggioritaria, è migliore di quello intergovernamentale, cioè unanime. Penso che con questo l´Europa perde e non guadagna.

Per tutto questo raccomando la ridefinizione del concetto di Unione europea. Per tutto questo dobbiamo ritornare all´originale – intergovernamentale – concetto dell´integrazione europea. Il concetto originale, a mio modo di vedere, è l´eliminazione radicale di tutte le barriere, è la liberalizzazione profonda ed è l´apertura di tutti i mercati (non solo nel senso economico). Io credo, che è necessario minimizzare tutte le interferenze dei politici nelle attività umane e se, al limite, ci devono essere, devono essere vicine agli elettori (cioè al livello dei comuni, delle regioni e degli Stati), e non lontane da essi (al livello dell´UE).

L´Unione europea ha bisogno di cambiare, ha bisogno di trasformarsi. Ha bisogno di ritornare al modello liberalizzatore dell´integrazione europea e di rifiutare il modello armonizzatore (o omogenizzatore), che costituisce oggi la base del pensiero europeo. Ha bisogno di abbandonare la parola o lo slogan „meno stato nazionale, più internazionalismo“, perché lo Stato è un garante insostituibile della democrazia (a differenza dai regni, dagli imperi e dalle associazioni dei Paesi). Dobbiamo svegliare la maggioranza europea silenziosa, che ha altre preoccupazioni e altri interessi e che sottovaluta, che proprio in questo momento in Europa avviene un cambiamento qualitativo.

Per concludere, vorrei dire, che io preferisco l´abbreviazione OSE (Organizzazione degli Stati europei) all´abbreviazione UE. Dovremmo cominciare a occuparci in modo serio dei dettagli dell´inevitabile processo trasformatore.

So che in alcuni casi sto dicendo delle cose insolite, cose che non sono „politically correct“ (politicamente corrette) e quindi chiedo scusa a quelli che sono stati colpiti da alcune delle mie parole. E con questo ritorno all´inizio della mia lectio. Ho detto che „abbiamo la memoria storica e per questo siamo sensibili …qualche volta anche allergici“. La mia sensibilità, l´esperienza della mia vita, lo studio dell´economia e di altre scienze sociali al quale ho dedicato tutta la mia vita, mi fanno dire proprio questo.

Vorrei ringraziare un´altra volta per il titolo onorario che ho ricevuto oggi da voi, per l´opportunità di presentare le mie idee e visioni alla vostra università, per la vostra attenzione e per la vostra generosità con la quale siete sopravvissuti al mio discorso in lingua italiana. Vi ringrazio ancora.

Václav Klaus, Università degli Studi di Trento, 10.3.2006




Passo e chiudo.
FRA

L'INCIDENTE NASCOSTO. (The hidden incident)

Chiarisco subito la mia posizione sul nucleare: nè entusiasta, nè pregiudizialmente contro. Non lo celebro come "la soluzione" o come "l'unica soluzione" per i problemi energetici del futuro, in Italia e nel mondo. Credo sia semplicemente "un'opportunità". Da scelgliere se necessario. Ripeto: se necessario, cioè se tale scelta risulta collocata in un progetto coerente e preciso di sviluppo. Negare a priori il nucleare significa tagliarsi possibilità di sviluppo. Celebrarlo significa non tenere conto dei rischi che la scelta nucleare comporta (e che non è mai possibile azzerare del tutto). Si tratta di calcolare costi (anche in termini di sicurezza) e benefici.
Detto questo mi pare doverso dare evidenza all'incidente occorso pochi giorni fa alla centrale nucleare di Tricastin. Contrariamente a quanto avvenuto per l'incidente alla centrale slovena di Krsko in giugno, i media ufficiali (soprattutto italiani) hanno teso a tralasciare l'accaduto. Di nucleare si è parlato al G8 in Giappone e di nucleare si parla oggi nel dibattito italiano: la notizia dunque poteva risultare destabilizzante per l'opinione pubblica italiana, insomma poteva richiamare alla memoria vecchi fantasmi del passato. Nonostante io non sia "contro" il nucleare, tale atteggiamento, oltre che poco rispettoso verso la popolazione italiana mi pare anche poco onesto.

Questa è allora la notizia Ansa del 9 luglio:
- Sono state mantenute per tutta la notte le misure di sicurezza precauzionali nei comuni intorno alla centrale nucleare di Tricastin, nel sud della Francia, dopo che ieri, durante il lavaggio di una cisterna, parte di 30 metri cubi d'acqua usata, contenente 12 grammi di uranio per litro, era accidentalmente finita in due fiumi vicini.
Divieto di attività nautiche, bagno e pesca lungo il Gauffiere e l'Auzon, blocco della distribuzione di acqua potabile e dei prelievi privati dai due fiumi, oltre che dell'irrigazione dei campi nelle aree interessate dalla fuoriuscita. Intanto arrivano critiche alla gestione della vicenda. La Commissione di ricerca e d'informazione indipendente sulla radioattività (Criirad) ha denunciato la "mancanza di affidabilità" della centrale di Tricastin, spiegando che "il rischio sanitario è effettivamente lieve, ma questo incidente, non trascurabile, giunge in seguito a un numero crescente di altri incidenti, che mostrano un degrado della gestione delle scorie su un sito destinato invece a svilupparsi".
Criticato anche il modo di dare informazioni sull'accaduto: "l'utilizzo dell'unità di misura della massa (il grammo) - ha aggiunto il Criirad - invece di quella della radioattività (il becquerel) non rende conto dell'ampiezza della fuga". La perdita, conclude la commissione, avrebbe riversato nei fiumi "uno scarico più di 100 volte superiore al limite annuale". Si è fatta sentire anche l'organizzazione 'Uscire dal nucleare', secondo la quale "é impossibile che una tale fuga, contenente uranio, non abbia conseguenze importanti sull'ambiente e sulla salute delle persone"-

Come in ogni campo, anche sulla questione dell'energia nucleare il dibattito deve essere aperto e libero. Tacere notizie simili è dannoso alla causa dello sviluppo. Anche nucleare.
Passo e chiudo.
FRA

Saturday, June 7, 2008

THE SHINS

Molto spesso la scena indie risulta alquanto stucchevole: scopiazzature di scopiazzature di artisti che a loro volta hanno scopiazzato altri artisti. Difficilmente in tanto fiorire di bands indie rock si riscontra qualcosa di veramente interessante. Questo è il caso dei The Shins, band di Albuquerque, New Mexico, un south-west spesso tagliato fuori dai clamori e dagli onori delle copertine musicali.
All'attivo sin dal '97 (anche se solo dal 2001 con il nome The Shins), la band capitanata da James Russel Mercer ha sin da subito abbinato qualità e successo, vendendo con i primi due album oltre un milione di copie. Difficili da "digerire" per l'ascoltatore frettoloso, i The Shins mescolano cripticamente al loro interno elementi rock, pop, folk, country, elettronici, alternative e garage, risultando peraltro palesemente debitori di un approccio stile Beach Boys, tendenzialmente Byrds, che rimanda a Bob Dylan, ma che corteggia anche senza indugi la scena british. Le rimembranze sixties vengono tuttavia elaborate con grande novità: i The Shins hanno una forte identità e la loro impronta creativa risulta immediatamente distinguibile. Al contrario, "fare proprio" il brano risulta veramente arduo per l'ascoltatore. Perso nella psichedelia di sottofondo e nelle imprevedibili linee vocali, egli non riuscirà a decifrare troppo facilmente il senso stesso della canzone, che rimarrà sospesa nella mente, in stand-by in attesa di un nuovo ascolto.
E' questa la magia dei The Shins.
L'album del 2001, "Oh, Inverted World", successo a livello mondiale, gioca sulla forza di pochi brani, su tutti "New Slang" e "Know yout Onion!", presentandosi tuttavia come un album molto coerente al suo interno che sfodera un'atmosfera low-fi da godere intimamente.
Il successivo "Chutes too Narrow" del 2003 risulta molto più ostico per l'ascoltatore, forse anche perchè molto frammentato al suo interno. Nonostante sia registrato a Seattle, l'atmosfera grunge-noise sembra essere lontana anni-luce. Anche in questo caso non mancano le perle: assolutamente magnifiche "Saint Simon" e "Young Pilgrims".
L'attesissimo "Wincing The Night Away" del 2007 è la definitiva consacrazione al grande pubblico. Il disco, facilmente "assimilabile", supera, anche grazie alla sua semplicità, le timidezze dei lavori precedenti. Viene qui confermato un vero e proprio "stile Shins", uno stile capace di disegnare atmosfere impalpabili e sublimi, grazie a brani come "Pantom Limb", "Turn On Me", "Black Wave" e "A Comet Appears".

Per voi ho selezionato tre video. Il videoclip del loro primo grande successo, la celeberrima "New Slang", il videoclip dell'ultima traccia del primo album "The Past And Pending" (stupendo l'accostamento musica-immagini) ed infine una performance live del brano "Turn On Me".
Passo e chiudo.
FRA

Monday, May 12, 2008

PERCHE' E' IMPORTANTE IL CENTRO OGGI. (Why the political Centre is important today)

Italia. Maggio 2008. E' iniziata la Terza Repubblica? Si è entrati saldamente in un sistema bipolare? Ci si avvia al bipartitismo? Credo che occorra precisare alcuni aspetti delle ultime evoluzioni politiche ed, al contempo, occorra non esagerare la loro portata.

Partiamo dal bipolarismo e rispondiamo ad una domanda di base: dov'è la discontinuità emersa dalle urne? Coloro che auspicano il "bipolarismo", magari riponendo in esso speranze di "cambiamento", dovrebbero riconoscere come la storia partitica italiana sia stata da sempre caratterizzata dal "bipolarismo" che invocano: fino al '64 un bipolarismo tra Centro e Sinistra, dopo il '64 tra Centro-Sinistra e Sinistra. Anche la Seconda Repubblica, si è in sostanza caratterizzata per il bipolarismo: Ulivo, Unione vs Polo delle Libertà, Casa delle Libertà. Il risultato emerso dalle ultime elezioni dunque, non rappresenta nulla di nuovo da questo punto di vista. Ciò è ancora più chiaro se si guarda al radicamento geografico di Pdl e Pd, il primo corrispondente a quello della vecchia Dc, il secondo a quello del vecchio Pc. A dire il vero però, una differenza con la Prima Repubblica la riscontriamo: sia il Pdl che il Pd non sono i rispettivi eredi di Dc e Pc, anzi, non possono proprio essere definiti "partiti in senso classico". Non hanno strutture comparabili a quelle dei partiti classici, ma soprattutto non hanno identità e non hanno ideologia. Paiono più che altro "macchine per governare" (la necessità di un "governo ombra" per Pd ne è un esempio splendido), vuote di contenuti, recettive a tutto ciò che possa portare voti, così pragmatiche da risultare addirittura "impalpabili" e "idefinibili", e questo molto più di ciò che poteva essere un "partito pigliatutto" come la Dc. E qui allora lancio un'altra domanda: è possibile, in politica, fare a meno delle idee? O meglio, delle identità? Quale può essere la coerenza di un disegno politico che si basa sui più svariati, molteplici e contraddittori impulsi della società? Il problema non è negare o meno la complessità del reale, il problema qui è far sì che i partiti assolvano il loro ruolo primario che è quello di semplificare gli input provenienti dalla società. Ecco allora come quella che ci viene spacciata per "semplificazione" sia più che altro una semplificazione solo formale, positiva e necessaria, ma potenzialmente generatrice di disegni politici incoerenti, vaghi e capaci di ottenere consensi solo perchè basati sull'emotività del breve periodo.

Tralasciando gli aspetti filosofici alla base del bipolarismo (che comunque, accenno solo, affondano le loro radici in Hegel e Marx ed in una logica di scontro frontale), passiamo ora ad alcune considerazioni sul bipartitismo. Anzitutto occorre dire che, quella che viene dipinta come una "naturale evoluzione" verso due partiti (Pdl e Pd, il primo nato in risposta al secondo), non è tale. Il voto di Aprile lo mostra chiaramente, altrimenti non si spiegherebbero i risulati di Lega ed Italia dei Valori. Certo, presentandosi da soli Bossi e Di Pietro non avrebbero ottenuto gli stessi voti, ma ciò non toglie il dato di fatto, e cioè che, contrariamente alle enormi pressioni politico-mediatiche esercitate dall'alto, il popolo italiano non vuole due soli partiti. Pdl e Pd hanno ottenuto più del 70% dei voti, ma occorre guardare anche all'interno di queste due "macchine elettorali": il modo con il quale sono stati scelti i ministri da Berlusconi, la rigorosa ripartizone tra componenti, dimostra come ci si basi ancora sulle forze partitiche della passata legislatura.
Quindi, da un lato abbiamo un dato di fatto (la mancanza di bipartitismo) e dall'altro lato abbiamo una volontà (quella di "imporre il bipartitismo"). Quali sarebbero i rischi? Immaginiamo uno scenario futuribile con solo Pdl e Pd. Cosa succederebbe? Succederebbe ciò che accade nei paesi aglosassoni, dove il bipolarismo (con società completamente diverse dalla nostra) và per la maggiore. Accadrebbe questo: un voto conquistato a destra (per il Pdl) ed un voto conquistato a sinistra (per il Pd) varrebbero 1, cioè, rispettivamente, un voto in più; un voto conquistato al centro da entrambi, varrebbe invece potenzialmente 2, il doppio, perchè potrebbe plausibilmente essere un voto sottratto all'avversario. Questa tendenza verso il centro dei due partiti, porterebbe gli stessi a trascurare completamente le estremità, già sottorappresentate per la mancata elezione (come nell'attuale Parlamento) di propri rappresentanti. I due grandi partiti diventerebbero dunque, oltre che ideologicamente vaghi (per nascita, come abbiamo visto) anche incredibilmente simili nei programmi e nell'azione di governo. Alcune di queste conseguenze, pur non essendo noi in un sistema bipartitico, le abbiamo già potute ammirare. Per i cattolici che auspicano un'azione parlamentare ispirata alla Dottrina Sociale della Chiesa, questa situazione porterebbe poi ad un altro problema. La logica dei "due grandi partiti" in generale, e della contrapposizione Pdl-Pd in particolare, porterebbe certamente a competere su quello spazio politico (centrodestra, centro, centrosinistra) occupato dai cattolici (in particolare quelli sopra citati). Il problema qui deriverebbe da ciò che accadrebbe una volta conquistato tale spazio politico. Ossia: cosa succedrebbe (e cosa succede) al cattolico inglobato nel grande calderone del Pdl o del Pd? Le logiche di partito sono spietate, le logiche del grande partito sono grandemente spietate. Conseguenza: totale eliminazione dell'apporto cattolico al panorama politico italiano.

La vicenda di Ron Paul può offrire anche qui qualche spunto di riflessione. Egli, in sostanza, ha deciso con forza di combattere la degenerazione del bipartitismo (quella incredibile uguaglianza tra i due partiti) dall'interno del sistema bipartitico stesso: Ron Paul vuole cioè che il Partito Repubblicano torni ad essere autenticamente Repubblicano, cioè conservatore. Ma in Italia, chi avrebbe la forza di fare tanto? Chi avrebbe tale appoggio e tali mezzi? Chi avrebbe le capacità politiche e la lungimiranza per combattere queste degenerazioni? Io, di Ron Paul, in Italia, non ne vedo.

Dunque, concludiamo, perchè è importante il centro oggi?
Primo motivo. Perchè può basarsi su di una provata e classica tradizione politica italiana: la tradizione Popolare, certo articolata al suo interno, ma comunque coerente. Ciò significa dunque contribuire al re-inserimento dell'ideologia e dell'identità nel quadro partitico.
Secondo motivo. Un motivo sistemico. La presenza di un centro politico forte riduce la tendenza ad assomigliarsi dei due partiti alla destra ed alla sinistra del centro stesso. Questi al contempo possono concentrarsi maggiormente sulle estremità del sistema.
Terzo motivo. Può contribuire alla permanenza di un apporto del pensiero cattolico nella politica italiana. Certo, il cattolico può posizionarsi ovunque nell'arco politico destra-sinistra, ma non è questo il punto. Il punto è qui di opportunità politica: nella situazione attuale (bipolare e tendente verso il bipartitismo) il centro mi pare essere l'unico spazio politico dove il pensiero cattolico non possa essere schiacciato dalle logiche partitiche.
Passo e chiudo
FRA

 
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